Coming Out

Ho spento la TV verso la fine del Telegiornale. Mentana stava per salutare i telespettatori che l’hanno seguito fino alle 20.30. L’ho spento quando papà ha detto Antonio, vuoi un dolce? Ho premuto il tasto del telecomando, ho spostato il tavolo della cucina, mi sono alzato in piedi. Per poi risedermi ancora, ma su un’altra sedia, le gambe faticavano a sorreggermi. Vi devo parlare. Ho detto. Mamma ieri mi ha chiesto di dirlo a tutti e due insieme, di far finta che lei non sapesse già. Glielo dovevo, per aver tenuto sulle spalle un peso così tutti questi anni. Ho deglutito. Guardavo quasi solo papà. Vi devo parlare. Silenzio. Sono gay. Mamma piange. Papà mi guarda, socchiude un po’ gli occhi, prende qualche secondo di tempo. 3 al massimo. Eh Madonna mi hai fatto spaventare, pensavo mi dovessi dire chissàcosa, l’avevo capito da tempo, mica è una cosa brutta; ma perchè non me l’hai detto prima?? Chissà che peso che ti sei tenuto dentro questi anni.

Inizio a piangere anche io, lui mi sorride come sa fare solo un padre. Mi alzo, lo abbraccio. Ti voglio bene Gioia mia. Dice lui. Piango ancora più forte, una fontana. Il fiume si è rotto, ha superato gli argini. Quello scioccato ero io. 78 anni. Siciliano. Cresciuto sotto la dittatura fascista.

Adesso non è più come 20-30 anni fa, adesso è una cosa superata, stai solo attento fuori dai locali gay che ci puo’ essere qualche coglione estremista, guardati sempre.

Avevo paura della tua reazione, dico io.

Guarda che sono uno aggiornato io! Anche se ogni tanto pensi che ormai sono un vecchio cretino.

Tremo ancora adesso che è passata un’ora, rimpiango di non averlo fatto prima, poi questa frase me la ripeto anche quando ho iniziato la mia vita a 21 anni con l’accoglienza in Arcigay e non l’ho fatto prima verso i 17. Poi. Poi penso a chi lo tiene nascosto ai genitori per una vita, poi penso che papà mi ha insegnato tanto questa sera, mi ha dato una lezione che porterò sempre con me.

L’ho detto a papà.

E’ il giorno più bello della mia vita.

Annunci

Mercoledì. O giovedì.

 

Esco. Sono giorni che non muoio dalla voglia di conoscere qualcuno, se capita non mi tiro indietro, ma di fare i saldi dopo le 02.00 in qualche locale gay per tornare a casa con la finta soddisfazione di essermi slinguato qualcuno, anche no. Forse è l’unico proposito che mi ero dato a fine 2010, e che sto rispettando. Meno quantità e più qualità. Magari se scarseggia la qualità restare sempre sulla meno quantità. Comunque. Ogni tanto vorrei un quasi amico fisso con cui trombare. Sì, quello sì, per sfogare il fisico con un velo di tenerezza. Per non dimenticarmi come si fa. E scopare ore. Non parlo di amore, non oso nemmeno.

Mercoledì o giovedì. Credo dopo il lavoro, questa settimana ho parlato chiaro: niente straordinari. Devo tornare a casa e fare in modo di trovarmi solo con lui, prenderlo in disparte. Papà devo parlarti. Questo ho pensato come inizio, che suona banale e scontato. Ma dirlo senza tremare lo sarà meno.

Forse non capirà, 78 anni. Siciliano. Ma ho deciso che devo farlo per la mia stabilità mentale, non quella immediata. Quella futura. E’ anziano. Potrebbe morire tra qualche anno, e se non glielo dirò, passerò tutta la vita a domandarmi E se glielo avessi detto? Sarei condannato per l’eternità. Ho bisogno di una sua qualunque reazione. Ce la posso fare. Ho ancora qualche giorno di tempo. Per prendere fiato.

Ora vado a ballare Lady Gaga al Bo##o. Almeno non ci penso.

10 settembre 2006 – 10 settembre 2011

5 anni fa. Cuffie nelle orecchie e musica altissima, quasi a proteggermi. Ricordo ancora la scaletta esatta della playlist tanto mi è rimasta in testa, niente di troppo pop. Pink e Julieta Venegas. Scendo dal treno, mi avvio verso il tram 9. Le indicazioni per raggiungere il posto le avevo lette su internet nei laboratori informatici dell’università. Cinque fermate, piazza 5 giornate. Sede dell’arcigay. Trovo la via. Mi siedo sul marciapiede perchè non riesco ad entrare, rischio di morire. Di infarto e di vergogna. O di paura. O tutte e tre.

Ieri ho sentito Sergio, quello di 40 anni che mi ha dato una boccata di ossigeno qualche settimana fa al mare, sul lettino a guardare le stelle, ci dovremmo rivedere. Forse dopo l’esame che mi sta tenendo in casa giorno e notte come un coglione. Credo.

L’ultima volta che sono stat0 a ballare al Bo##o ho rivisto Pasquale-il-ragazzino-21-enne, più o meno un mese fa, prima delle Canarie. Quel grandissimo stronzo dalla faccia ingenua che mi ha detto a casa sua allora vattene, le scarpe sono lì in fondo. Comunque. Abbiamo scambiato due parole, la voglia di prenderlo a pugni sui denti c’era, forse ora meno, ovviamente le due parole ce le ho scambiate perchè LUI ha iniziato. Peccato sia andata così, a me piaceva sul serio.

Elena vuole presentarmi un medico, ha cambiato lavoro da poco, è un suo collega. Adesso anche le amiche si organizzano per trovarmi marito. Mi ha dato il suo numero, ci siamo scritti qualche messaggio e dopo l’esame dovremmo uscire. Uscire con uno sconosciuto, tanto per cambiare. Ma dopo il mio esame, perchè io devo studiare, lui deve far partorire due gatte.

Non sto andando a ballare da un sacco, non mi connetto manco su gayromeo, è inutile scriversi con qualcuno ma poi dire guarda va bene ma fino al 19 non posso uscire, sto studiando per un esame. Inizio a essere insopportabile i 10 giorni prima dell’esame. Acido e stronzo.

Eleonora torna dopo un anno passato negli States. E’ già passato un anno da quando è partita Eleonora, era partito anche Dado, stava finendo con Simone. E io non sono finito morente sul divano con una boccetta vuota di farmaci in mano. Per fortuna. Ingurgitati.

Mi alzo dal marciapiede, respiro a pieni polmoni, provo a tranquillizzarmi, ho fatto tutta quella strada e non voglio tornarmene a casa a mani vuote. Oltre la vetrata un signore gentile sulla 50ina si sbraccia dall’interno facendomi segno di entrare. Sembra gentile. Apro la porta e saluto tutti a voce alta con un Ciao poco convinto. Sono qui per l’accoglienza, c’era scritto su internet dico tremante.

Fragile. Ma come un neonato ancora sporco di sangue che strilla nelle braccia dell’ostetrica. Ho iniziato a vivere.

Qualcosa da riconoscere

Mani che frugano. Ci guardiamo che è tardi, io appoggiato al muro che aspetto Dado, è al cesso, sta pisciando e lo aspetto per tornare a casa. Sono almeno le 4. Tardi in un locale straniero. Si avvicina coi suoi 39 anni circa, e un sorriso da bravo ragazzo, o bravo signore. Fa lo stesso. Sto al gioco, mi prende per mano e lo seguo. Pareti strette, corridoio. Ci chiudiamo in una dark a caso, ho bevuto troppo per ricordarmi quale dark fosse. Mi allontano dall’uscita del cesso.

Il tuo nome lampeggia sul mio cell, rispondo. Ciao sono qui fuori vicino alla gelateria il K##i, ti dice qualcosa? purtroppo il numero della tua via non me lo trova. Sorrido. Tranquillo, ho capito dove sei, scendo. Saluto papà e gli dico che esco con te, ho preso coraggio, glielo sto dicendo giorno per giorno. O forse sei tu che mi dai carica. E mi lancio. Sei fermo con le 4 frecce davanti alla gelateria, riconosco la macchina bianca. Ti vedo e sto bene, dai sali mi dici. Salgo, inizio a rompere il cazzo perchè fa troppo freddo, troppa aria condizionata. Sorridi, mi lasci rompere il cazzo, il senso è questo. Andiamo a Milano Marittima a fare un giro, decido io. A te piace l’idea. Parcheggi lì vicino, almeno ci sembra, in realtà camminiamo un sacco. Ridiamo. Scherziamo davanti alle vetrine dei negozi, davanti a un gruppetto di 15enni troppo esaltati che ci fa sentire improvvisamente vecchi. A te di più, guarda che ti manca poco, a 40 anni c’è la morte del gay, non ti caga più nessuno sui siti e nei locali. Mi tiri un coppino e ti prendo in giro ancora. Beviamo due Sexohthebeach, seduti sugli sgabelli bianchi di un pub carino che dà sulla via principale, dove passeggia un sacco di gente. Poi camminiamo ancora. Dai, andiamo a vedere il mare. Dici tu. E mi prendi per mano.

Buio fitto. L’alcol scorre a fiumi, merito dei cocktails fatti in camera con Dado prima di uscire, quasi alcol puro, merito dei 2 Cuba che ho consumato nei locali in poco più di 7 minuti l’uno dall’altro. Non mi reggo in piedi. Ci baciamo. Mi slaccia la cintura, mi spoglia, anche volendo non avrei la forza per scappare. Rido, picchio per sbaglio la testa contro la parete, anch’io spoglio lui. What’s your name? riesco a chiedergli all’orecchio. Non capisce, glielo ripeto. Gianpierre. O qualcosa del genere. Francese, credo. Mi abbasso. Gli prendo il ca##o in bocca per un po’, mi gira, si abbassa lui, mi lecca il c##o. Bello. Era da un po’ che non me lo facevano, ma ricordo poco. Finisce che ce lo meniamo in piedi al buio, ognuno per conto suo, ci tocchiamo soltanto. Ma ognuno si mena il suo. Per una questione di contatto fisico, io lo faccio per sentirmi meno solo al buio. Il tatto. Viene prima lui, lo capisco dai gemiti. A me manca poco. Mi prende la testa tra le mani, continuo  masturbarmi, ansima, ma capisco che fa finta adesso, lo fa per far venire in fretta anche me. Antoine mi sussurra due volte all’orecchio. A me sentire il mio nome storpiato non fa sesso. Rido. Poi mi concentro e vengo. C’è poco da ridere. Mi rivesto in fretta, esco barcollando con la cintura ancora slacciata. Un sms di Dado. Mi chiede dove sono. Non lo so nemmeno io.

Ma di cosa hai paura che ti guardi in giro? mi domandi. Non ho paura, ma pensa che figura di merda se ci vedono! Ma chettenefrega, concludi. Porti il tuo palmo caldo sulla mia guancia, starei così tutta la notte. Sdraiato sul lettino con te in spiaggia di notte, a guardare le stelle. Che bel cielo. Profumo di mare. Provo a contarle ma non te lo dico, fa troppo film di Moccia. Accoccolati. Sto bene. Tanto. E mi domando perchè ti ho fatto scappare un paio di mesi fa. Perchè quando arrivo a star bene mando tutto a puttane. Per paura di essere finalmente felice. Il mio dannare è uno stato di maggiore interesse. Essere sempre sull’orlo di perdermi regala scariche di adrenalina che se non mi uccidono mi condurranno alla pazzia. Tra qualche anno. Probabilmente. Devo scappare da tutto questo, fuggire dalla parte negativa di me stesso, che non si deve sdoppiare, non si deve impossessare della mia ragione. Devo farlo da solo, poi tornerò a prenderti. Spero di farlo presto. E tra il vento caldo che ci accarezza ci diamo un bacio dolce. E restiamo a lungo così. Sul lettino incustodito di una spiaggia privata, di notte, con la mia paura di essere scoperti.

E di dover correre via. Fino a quando si perde il fiato.

Ripetizioni. E Car Wash

All’ultimo allenamento con la mia squadra (ebbene, ho ripreso a giocare), sono stato (felicemente) vittima del car wash. Certe cose si possono spiegare solo a chi ha un vissuto sportivo alle spalle. Certe cose condivise coi compagni di squadra sarebbero un interessante studio socologico sulle dinamiche di gruppo. Comunque. Due dei compagni più belli della nuova squadra (e la nuova squadra devo dire che su 12 me ne farei almeno-10-prima-delle-02.00), durante la doccia (docce ovviamente tutte in comune) mi hanno simpaticamente trascinato di peso in un angolo (il mio tentativo di opposizione era palesemente pari a quello che ostento davanti a Magnum-double-caramel nei periodi di dieta giustificandomi con un “no ma adesso non mi va“), si sono insaponati rapidamente, mi hanno bloccato (dire che eravamo tutti nudi mi sembra superfluo) e si sono strusciati più volte sul mio corpo roteando come i rulli del car wash quando lavano le macchine.

Adesso:

1) il mio “no non voglio lasciatemi” è stato in realtà uno squittio acuto da passiva ninfomane

2) loro roteavano ma considerando che nel mio sport a parte me sono tutti alti, il risultato è stato quello di essere preso a colpi di membro tra torace e collo

3) ci sono rimasti male perchè quando si sono fermati mi hanno fissato tra le gambe e mi hanno detto: ma non ti abbiamo eccitato un po’? Sono rimasti delusi

4) non mi sono eccitato (al momento) perchè durante il car wash ho appositamente pensato a tutti i drammi, le alluvioni, le guerre, la fame di questo mondo.

Ho iniziato a fare ripetizioni. Ormai da qualche settimana. Lui è un ragazzino (e quando dico ragazzino intendo uno che i 18 li ha compiuti da due mesi) che non ha voglia di studiare manco per sbaglio, che è già più alto di me (ok, non ci vuole moltissimo), capelli neri, occhi neri, che quando faccio lezione a casa sua visto che fa caldo resta senza maglietta, fisico asciutto, tonico, viso fancazzista da prendere a schiaffi. Un cucciolo di Tamarro. Per riassumere, mentre gli spiego il moto parabolico delle particelle in realtà a parabola ci piegherei la sua testa per piegarlo a 360° come un compasso e combinargliele di ogni. 18 anni. A me che piacciono vecchi. E mi pagano anche.

Bye

Era da un po’ che non andavo al Fl##o. Cruising bar. Labirinto dark. Si puo’ chiamare in tanti modi, io lo chiamo anche il posto dove c’è brutta gente che vuole solo scopare. Ma se mi ci ritrovo io forse non c’è solo brutta gente, o forse anche io ogni tanto voglio solo fottere.

Comunque. Mi ha stupito per la poca luce, ce n’era già poca, o forse ricordo male io. Ma a me sembra ce ne sia ancora meno. Hanno cambiato qualche cosa dentro nel percorso, io che a malapena avevo capito il giro dell’altro, mi sono ritrovato di nuovo spaesato con Dado che mi ha raccomandato fai così, resta nel percorso centrale che c’è più luce. Anche perchè gli altri percorsi al buio mi inquietavano un po’.

Sembriamo tanti zombie in cerca di non si sa cosa, per un tratto mi sale l’ansia, colpa del cuba libre che mi stende per terra e che non potrei manco bere visto che ho il fegato mezzo sputtanato. Colpa forse delle proteine che prendevo in palestra, adesso mi tocca (ri)fare gli esami del sangue. Ma ho gravi cazzi a casa, e la mia forma di autolesionismo è anche un modo per non pensare agli ultimi giorni dei pianti di mia madre e delle telefonate tra parenti. Ognuno reagisce al dolore a modo suo.

Ad un certo punto mi appoggio ad una parete, mi sono rotto il cazzo di camminare, si avvicina uno carino, che avevo anche visto poco prima in un altro locale. Anche lui ha fatto tappa al Fl##o. Mi dice il nome, non me lo ricordo. E’ straniero. Per un secondo vorrei piangere, ma scoppio in una risata che soffoco nel silenzio. Il silenzio. Si cammina senza parlare molto nel labirinto. Comunque. Fa il pilota di aerei. E’ belga, parliamo in inglese. Ci baciamo. Mi piace perchè è un bacio dolce, trattenuto, lento. Quasi tenero. Lo prendo per mano, camminiamo alla ricerca del posto giusto. Ci chiudiamo in una dark. Blocco la porta. La luce è poca, il materassino è nero. Come quelli che ci sono nelle palestra. Lui si sdraia, cado su di lui. Abbracciati. Sbiascico qualche parola in inglese mentre continuiamo a baciarci e a toglierci i vestiti. Io però di solito volo con Ryanair gli dico dopo aver saputo per quale compagnia lavora. Ridiamo. Mi prende il ca##o in bocca, succhia da dio. Poi ci diamo il cambio. Mi piace parlare quando scopo, è ancora più stano farlo in inglese. Finiamo a 69. Intanto mi suona il cellulare. Sono le 03.14. E’ Dado ma lascio cantare Ambra e non rispondo. Provo ad alzarmi e a prendere il telefono ma Pilota-d’aerei resta attaccato al mio pisello come un pesce pulitore sul vetro dell’acquario, non sarei riuscito a staccarlo neanche a pugni in testa. Non riesco a prendere il telefono in mano. La suoneria si stoppa. Prima viene lui, continua a succhiarmelo. I’m coming gli dico, sposta la bocca e vengo.

Ci puliamo, ci rivestiamo. Dai presto che domani devo lavorare dice lui in inglese. Io sgrano gli occhi e gli rispondo Sono le 4, Devi guidare un aereo e non sei ancora a letto? No, domani lavoro ma sono in ufficio. Usciamo. Barcollo alla ricerca di un’uscita, barcollo perchè ho sonno. Bye gli dico. Bye risponde.

Becco Dado che si era infrattato anche lui in un’altra cabina. Magari una vicina alla mia. Torno a casa. Però i cazzi miei in famiglia ci sono ancora.

Bye.

Raccoglimi

Frantumala. Distruggila. Prendila a pugni e fatti trascinare dalla rabbia, non fermarti se qualcuno ti dice che non ci troverai nulla. Una volta abbattuta. E’ una bugia. Butta giù la porta, anche se ha una serratura blindata. Prendila a spallate, sarà il tuo essere un puro a guidarti oltre ogni limite. Ed entra. Perchè sarò sdraiato inerme sul fianco destro. In posizione fetale, rannicchiato con la guancia che poggia per terra. E con gli occhi secchi, a fissare il nulla. Dolorante. Anche le lacrime finiscono. Raccoglimi. Senza dire una parola, avrò bisogno del tuo calore umano. Del tuo essere vivo. Se tremo stringimi, prima o poi mi calmerò. Contrazioni involontarie. Perchè con la mente inizierò a realizzare la gioia, ma sarà così bello che non me ne renderò conto, e se tremerò sarà perchè il corpo ancora non lo sa, lo spirito sì.

Mi prendi in braccio. E ti amo solo per questo, perchè scoparmi quando sto bene lo sanno fare tutti, pulirmi dopo aver nuotato nella merda no. Non lo fa nessuno. Corpo seducente. Sperma senza un fine sul mio corpo. Ma con te no.

Non ci torno più lì dentro, lo prometto a me stesso, ma lo penso soltanto perchè sei venuto a prendermi. Non essere pienamente autonomo mi dà rabbia. Ma non ho la forza per provarne nemmeno un briciolo. Quando senti troppo male poi ti ci abitui. E ti sforzi a provare qualcosa d’altro. La carne si abitua, la testa meno.

Mi baci sulla fronte. Devo essere bruttissimo, sporco. Puzzo. Te lo dico. Sorridi. Non me ne frega un cazzo, adesso ho te. Me l’aspettavo una frase del genere, ma detta a voce gli dà ancora più peso. Guardo verso il basso o arrossisco. E vedo il sangue sulle nocche delle tue mani. Per aver buttato giù la porta a pugni.

E inconsapevolmente mi sto donando a te.